Un neonato porta con sé, in maniera gratuita, il miracolo di suscitare tenerezza e commozione. Non fa preferenze di persone né si preoccupa di quanto elargire, poco o tanto, il suo minuto e limpido sguardo agli uni piuttosto che agli altri. Semplicemente fissa curioso con i suoi occhietti chi lo guarda: quasi attendendo qualcosa che nemmeno lui sa. Non ha regole prefissate: può guardare a lungo chi gli sta dinanzi, sguardo nello sguardo, come distrarsi frettolosamente dopo pochi istanti. Un neonato non fa calcoli, non soffre di gelosia intrinseca né alza barriere di discriminazione: quello che fa innocentemente lo dispone sul tappeto aperto della fiducia e della semplicità.
Mi sono chiesto diverse volte cosa volesse dire Gesù quando, ai discepoli che allontanavano i bambini a lor dire fastidiosi, li riprese con queste parole: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio.”(Mc 10,13). Non sono un biblista, ma semplicemente uno che legge il vangelo e si pone delle domande; uno che cerca di progredire, magari a passo lento, sulla via della fede. Il neonato o il bambino, confesso, mi mettono a mio agio. Liberi da ogni spirito di autosufficienza e superbia, liberi da quell’arroganza onnisciente che invade ormai il cuore e la mente delle persone per cui tutti, maestri di ogni dottrina, si sentono depositari della verità, liberi di guardare l’altro nella sua diversità di cultura e pensiero, chiunque sia, e scorgere quasi un compagno di cammino più che un avversario da zittire o da eliminare, i bambini esprimono ancora la capacità e la necessità di affidamento sul sentiero grande e misterioso dell’esistenza.
Il bambino, e ancor più il neonato, non cresce bene senza cibo e amore, senza accudimento; sa, in maniera molto semplice e spontanea, che qualcuno provvederà a lui. Si fida e si affida. Non può far altro. Qui sta, penso, la grande differenza tra il bambino e quell’adulto che ha perso dentro lui le virtù proprie del fanciullo: l’uno si fida e si affida; l’altro, navigando nella sua autosufficienza, va scavando solchi di differenze e diffidenze, di distanze e sospetti sempre più grandi che gli impediscono di vedere l’amore, la solidarietà e anche l’affetto là dove, in realtà, gli vengono donati. Come i Magi, dottori o sapienti e non per forza uomini di fede, al termine del loro cammino incontrarono Gesù, così noi lo incontreremo autenticamente solo dentro un itinerario di ricerca e di affidamento. Se pensiamo invece di bastare a noi stessi percorreremo un sentiero che, tracciando un laccio, ritornerà al punto di partenza: ci accorgeremo di aver “girato a vuoto”. Ma noi, sguardo nello sguardo, siamo chiamati a camminare sempre avanti verso l’alba di un giorno che sempre si rinnova. Vi invito a trovare un po’ di tempo e, se ne avete l’opportunità, a sostare dinanzi a un neonato, a passare un po’ di tempo con un bambino, un figlio, un cuginetto, un amico; basterebbe semplicemente sostare dinanzi a Gesù bambino in chiesa e chiedersi che cosa c’è o cosa rimane in noi adulti delle virtù di un bambino. E’ importante chiederselo: intuiamo che mondo stiamo costruendo attorno a noi se mai ci avessimo pensato; che mondo lasciamo a quegli uomini che oggi, osservandoci, sono ancora bambini.
A nome dei sacerdoti e dei religiosi, vi auguro BUON NATALE!
don Adriano

